Da “Ariminum”
Gennaio – Febbraio 2019

Quest’anno i Salesiani di Rimini celebrano il centenario della loro presenza sul territorio. L’articolo, che segue, illustra l’apostolato di don Antonio Gavinelli, primo “Figlio di don Bosco” a mettere piede sul lido.

L’Italia è appena uscita dalla Grande guerra: ha vinto, ma ha tutte le ossa rotte. Il Paese è in preda ad una grave recessione economica: non c’è lavoro e i licenziamenti sono all’ordine del giorno. Dimostrazioni, scioperi e scontri sanguinosi si susseguono con un rit- mo frenetico e nei cortei la bandiera rossa prende il posto del tricolore.
Nelle fabbriche e nelle piazze si parla con sempre maggiore insistenza di rivoluzione: per il proletariato è una speranza, per la borghesia un incubo. La parola rivoluzione affascina, riempie e nello stesso tempo illude molte bocche affamate. C’è anche chi ne parla a sproposito e non si accorge di avviare il paese verso la guerra civile.
In mezzo a questa caotica strategia della protesta, un salesiano di 34 anni sta per iniziare a Rimini una sua “rivoluzione”. Si chiama Antonio Gavinelli, è nativo di Bellinzago, in provincia di No- vara, ed è sacerdote dal 1912. Laureato in lettere e filosofia, nei quattro anni di guerra ho svolto il ruolo di cappellano militare. I suoi obiettivi, naturalmente, non sono politici: deve far conoscere alla città il progetto educativo, sociale e religioso di don Bosco. Una sfida non facile a quel tempo. Il suo compito è smisurato: deve organizzare una parroc- chia inesistente; creare un’i- dentità di coscienza ad una comunità eterogenea composta di persone senza legami, interessi e amicizia; dare un volto ad un quartiere periferico senza storia e cresciuto troppo in fretta, e soprattutto deve offrire un senso alla vita di molti giovani sbandati della zona. La parrocchia che gli è stata affidata è quella di mari- na: una zona compresa tra il porto e il Sanatorio comasco (Bellariva), una lunga fascia di litorale completamente deserta all’inizio del secolo, ora in forte espansione edilizia e demografica. La chiesa, al centro di quest’area, è quella di S. Maria Ausiliatrice, la “Chiesa nuova” per i riminesi, eretta nel 1912-’13, non ancora completamente ultimata. Il salesiano arriva a Rimini i primi di ottobre del 1919. È solo, non conosce il luogo, non ha rendita e mezzi di sussistenza. La gente del posto – in gran parte ortolani , operai e artigiani – è diffidente, persino ostile: politicamente è tutta “rossa”.
A compiere con successo la sua “rivoluzione” il sacerdote impiega sei anni. Nell’ottobre del 1925 la rigida regola della sua congregazione – quella dei Figli di don Bosco – gli impone un altro incarico in un’altra città. Rimini lo ricorderà come il fondatore dell’“Opera salesiana”, riconoscendogli il merito di aver creato le basi spirituali e organizzative di una grande struttura religiosa e sociale e di aver insegnato a una moltitudine di giovani il valore della disciplina e l’orgoglio di appartenere alla famiglia salesiana.
A don Antonio Gavinelli si deve la costruzione del più grande oratorio della diocesi capace di raccogliere centina- ia di ragazzi; la realizzazione del campo di calcio, del teatro, del collegio per gli orfani e della scuola elementare del quartiere; l’arredamento, la decorazione e la rifinitura edilizia della chiesa e della canonica, quest’ultima ingrandita e trasformata poi in istituto per i giovani. A lui si devono la costruzione della Casa delle Figlie di Maria Ausiliatrice sul viale Tripoli e la venuta delle suore salesiane. Ed infine la pubblicazione di un mensile “Lavoro e preghiera”, prezioso documento della graduale ed entusiastica “conversione” dell’intera comunità di marina alla vita di parrocchia.
A testimoniare le difficoltà iniziali incontrate da don Ga- vinelli nel rapporto con i parrocchiani e la loro adesione alla sua “rivoluzione”, dopo appena tre anni, valga la let- tura di uno stralcio di articolo tratto da “Lavoro e preghiera” L’oratorio festivo femminile nei primi anni Trenta. del Natale 1922: «… Ci pare un sogno! Non più le sassate notturne contro i vetri dell’edificio, non più risuonano al nostro orecchio gli insulti e le canzonacce da trivio … ora [gli abitanti del posto] salutano i giovanetti [del collegio salesiano] e frequentano le nostre scuole, la lezione di catechismo, la chiesa e cantano: “Noi vogliam Dio!”.

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