Da “Arimunum”,
LUGLIO AGOSTO 2019

Agli inizi del Novecento, l’Oratorio di san Tommaso, ormai pericolante e non più adibito al culto, venne demolito; alla Diocesi venne assegnato, in sostituzione, un lotto di terreno vicino al mare nei pressi dell’allora via Traj (via Tripoli) su cui edificare una chiesa per soddisfare le esigenze dei villeggianti che, sempre più numerosi, cominciavano a trascorrere le loro ferie sul lido di Rimini.
L’incarico di realizzare la nuova chiesa venne affidato all’ingegnere e architetto bolognese Giuseppe Gualandi (1870-1944), uno dei massimi interpreti della cultura artistica neomedioevale, e il 17 novembre 1912 venne posta la prima pietra.
Dal 1919 il luogo sacro fu affidato alla Congregazione dei Salesiani.
Lo stile architettonico della chiesa di Sancta Maria Auxilium Christianorum, come venne intitolata dopo la Prima guerra mondiale, è il neogotico: sviluppatosi tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, interpretava la volontà della Chiesa di ispirarsi
a un periodo, come quello medioevale, in cui la religione e la spiritualità regolavano ogni aspetto della via sociale.
Il linguaggio simbolico di tale stile intende, difatti, rievocare le realtà teologiche e metafisiche fondamentali della fede cattolica, intessendole a più moderne devozioni: la chiesa di Santa Maria Ausiliatrice, nella sua totalità così come ciascuna sua parte, dalla torre campanaria, alle vetrate, all’altare, esprime perfettamente questa intenzione.
Persino il campanile, l’ultimo elemento architettonico aggregato al tempio dei Salesiani, si accorda a tutto l’edificio, completandone e amplificandone il lessico emblematico.
La cella campanaria ha una copertura piramidale, è intonacata a malta impastata con polvere di marmo verde ed è sormontata da una croce poggiante su di una bandiera, riportante il 1940 quale data di costruzione, che a sua volta è innestata su di una sfera dorata.
Il campanile ripete la simbologia cosmica del tempio.
Si presenta cioè come un parallelepipedo, simbolo della terra, sovrastato da una cupola, il cielo, anche se, nel nostro caso, la piramide si prospetta come una fase di passaggio dalla sfera al prisma.
Il suo innalzarsi verso l’alto esprime il collegamento fra cielo e terra, ed è anche per questo simbolo del Monte dell’Alleanza e della «scala di Giacobbe», vista dal patriarca in sogno, che conduceva al cielo.
Il portale, inserito in una facciata a capanna, presenta una strombatura decorata con colonnine, due per lato, di marmo rosso di Verona: nella simbologia medioevale rappresentano l’Albero della Vita dell’Eden e della Gerusalemme celeste che, con l’espansione delle fronde in sommità (i capitelli), sostiene il Cielo cioè la lunetta mosaicata, in cui dimora l’icona di Maria Ausiliatrice, tempio del Verbo eterno, iscritta su un fondo oro che rimanda alla gloria invisibile di Dio.
La porta esprimeva già dall’antichità un passaggio verso il mondo dei morti, mentre il collegamento tra cielo e terra, per mezzo della porta, era un tema simbolico ben noto alla cultura biblica.
Per esempio, proprio Giacobbe, risvegliandosi dal sonno, in cui ricevette la visione della scala celeste, esclamò: «Quanto è terribile questo luogo!
Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo» .
Poiché il tempio rappresenta, secondo il lessico metaforico medioevale, il corpo di Cristo, la porta ne è il riassunto e quindi è essa stessa simbolo del Redentore, attraverso cui occorre passare per essere partecipi al mondo celeste: nella chiesa di Santa Maria Ausiliatrice, è composta architettonicamente da una nicchia rettangolare sormontata da un arco a sesto acuto che rappresenta la cupola, simboleggiando, come già nel campanile, l’incontro tra il creato e il divino.
Il centro del tempio, in quanto elemento sommamente sacro è l’ara del rito eucaristico dove Cristo, uomo e Dio, terrestre e celeste, si rende presente nelle sacre specie: qui tutte le linee visibili e simboliche sono generate e finiscono con il convergere.
In Santa Maria Ausiliatrice l’altare è composto da un piano di marmo color avorio, sostenuto da quattro colonnine di marmo rosso di Verona, con capitelli floreali di pietra scura: i suoi decori simbolici riprendono i motivi di quello preconciliare, ancora esistente, costruito prima dell’ampliamento della chiesa nel 1962.
Su quest’ultimo, complesso e assai bello, è tuttora collocato il tabernacolo, sormontato da una nicchia con il Crocifisso; sopra di essa si innalza, a sua volta, un alto parallelepipedo in marmo, dove si trova la statua di Santa Maria Ausiliatrice. Come sul portale, la Madonna è qui «l’amorevole Regina del cielo e della terra che offre ai devoti il Figlio pronto ad accoglierli».
La statua si staglia prospetticamente in una mandorla dipinta sulla parete dell’abside, circondata da raggi solari.
Tale aureola, dalla forma ovale che “contiene” Maria, allude al fatto che il Figlio di Dio è stato generato da una Vergine, come il nocciolo della mandorla che si forma in un guscio intatto.
La mandorla, dalla forma ogivale, è data dall’intersezione di due cerchi che si sovrappongono per un loro terzo, e rappresentano, rispettivamente, l’umanità e la divinità: l’intersezione è Cristo stesso nella sua duplice natura, di cui Maria è il vero tabernacolo.
L’altare è costruito in pietra secondo l’indicazione di Gesù che si paragonava proprio alla pietra angolare.
Anche i Padri della Chiesa e gli scrittori ecclesiastici vedevano nell’ara eucaristica la figura di Cristo.
La preghiera di dedicazione, in effetti, contiene molti degli elementi che ne esprimono la profonda teologia.
Il rito, inoltre, fa continuamente riferimento agli altari dell’Antico Testamento, ricollegandosi idealmente a quelli antichi: da quello di Noè, a quello di Giacobbe che versa dell’olio sulla pietra su cui aveva sognato e ne fa un punto di congiunzione tra il mondo visibile e quello invisibile10.
L’ara cristiana in sé riassume anche tutti gli elementi lapidei essenziali nella costruzione della chiesa; a partire dalle pietre di fondazione, cioè quelle cubiche poste ai quattro angoli dell’edificio: la prima, nell’angolo Nord- Est è la pietra fondamentale, che per tradizione è quella di Giacobbe.
Vi è poi l’evocazione della shethiyah: la pietra su cui poggiava l’Arca dell’Alleanza nel Sancta Sanctorum del Tempio di Gerusalemme, e che più propriamente rappresenta l’altare.
Infine, quella angolare, cioè posta in alto, nella chiave di volta, che non ha forma cubica ed è in asse con quella fondamentale.
La congiunzione di queste due ultime pietre rappresenta l’asse del mondo che, ancora una volta, genera un ponte ideale tra il mondo e Dio.
La chiesa di Santa Maria Ausiliatrice è decorata, lungo la navata e nel transetto precedente il suo ampliamento, da pregiate vetrate artistiche che risalgono indicativamente agli anni 1921-1925.
Sono dieci di cui quattro di tipo simbolico e sei con iconografie di santi che appartengono sia alla storia della Chiesa universale che a quella di Rimini.
In quelle figurative sono rappresentati san Pio V (che aveva definito la Madre di Dio, Auxilium Christianorum, dopo la vittoriosa battaglia di Lepanto), san Gaudenzo (patrono della diocesi e delle città), san Tommaso apostolo (titolare dell’oratorio soppresso), i santi Elisabetta e Stefano di Ungheria, san Pietro apostolo.
Nel 2018, in occasione del centenario della nascita di Alberto Marvelli, sono state aggiunte, nell’attuale transetto, ulteriori sei nuove vetrate raffiguranti il Beato riminese con il Cristo del Sacro Cuore, Maria Ausiliatrice e diversi beati e martiri della Congregazione salesiana.
Tutti i santi realizzati nel Novecento sono a figura intera e in posizione eretta, collocati su un piedistallo che ne riporta il nome; occupano la parte centrale di ciascuna vetrata e sono inseriti in nicchie erette da colonne tortili su cui si innestano cibori o conchiglie, entrambi sormontati da cuspidi.
Una delle vetrate più interessanti sotto il profilo storico e simbolico è quella di Gaudenzo , primo vescovo di Rimini, la cui leggenda agiografica lo vuole morto martire il 14 ottobre del 360.
Il presule regge nella mano un libro con la scritta «Concilium Nicoenum» a sottolineare la sua lotta in difesa della vera dottrina, espressa a Nicea , secondo cui il Figlio è da considerarsi della stessa sostanza divina del Padre.
Invece, l’altro libro, posto sotto ai suoi piedi, raccoglie i canoni del conciliabolo di Rimini, che, dominato dalla falsa dottrina di Ario, riteneva il Cristo di natura inferiore a quella del Padre.
Il drappo, dietro l’immagine del santo, che fa da fondale della nicchia, è di colore rosso, probabilmente a ricordare il martirio subìto per mezzo degli eretici che aveva combattuto.
Alla base, è posta una piccola vetrata istoriata contenente un rosone, elemento comune a tutta la serie, ma, in quella di Gaudenzo e degli altri santi lungo la navata, al centro del rosone è rappresentato il Chrismon: si tratta di un simbolo cristologico in cui la Chiesa antica, da Costantino in poi, rappresenta il Salvatore con la I e la X (Chi), cioè le iniziali greche (Ιησοΰς Χριστός) di Iesus Christus.

Notizia completa