Da “Ariminum”
Luglio Agosto 2019

Nella deliziosa Guida breve per la chiesa di Santa Maria Ausiliatrice, redatta da Pier Giorgio Pasini con fotografie di Luciano Liuzzi ed edita nell’aprile di quest’anno da IlPonte, a pagina 17 c’è il capitoletto dedicato alla iconografia dei finestroni neogotici del tempio. Le più antiche vetrate – scrive giustamente l’autore – rappresentano «figure di santi significative per quanto riguarda la dedicazione della chiesa e del luogo in cui sorge». Nello stesso brano trovo due passi che non mi convincono e che mi sollecitano questo intervento. Il primo riguarda la motivazione che Pasini dà della presenza nelle vetrate di due santi; il secondo un riconoscimento attribuito a don Antonio Gavinelli. Cominciamo dal primo.
Per Pasini le immagini dei santi Elisabetta e Stefano d’Ungheria compaiono nelle vetrate della chiesa perché «molto venerati dai profughi veneziani che qui furono ospitati dal 1917 al 1919 e il cui ricordo era ancora ben vivo nella gente del luogo». Non penso che i due santi ungheresi fossero «molto venerati dai profughi veneziani», soprattutto in quel drammatico periodo, che li vedeva esuli dalle loro terre proprio a causa dell’avanzata delle armate austro-ungariche. Penso invece che le loro rappresentazioni abbiano un’origine diversa. Un’origine che mi spinge ad aprire un varco sulla presenza degli ungheresi a Rimini. Parto dal 1906. Da quell’anno e fino al 1914 i magiari – stando ai giornali dell’epoca – rappresentano il nucleo di bagnanti stranieri più numeroso della spiaggia. La loro abituale dimora è il Grand Hotel Hungaria, che si trova nella zona dei Traj, a poche centinaia di metri dal luogo dove, nel 1912, inizieranno i lavori di costruzione della Chiesa Nuova, che diventerà poi, nel 1919, la chiesa di Santa Maria Ausiliatrice retta dai Padri Salesiani. L’Hungaria – di proprietà del russo Dimitri De Gravenhoff – è gestito dal 1906 al 1911 da Arthur Aczel, «un simpatico tipo di ungherese dal tratto gentile, lavoratore instancabile», e dal 1912 al 1914 dal signor Muller. Entrambi, con una intelligente politica turistica, orientano la scelta della propria clientela sugli ungarici e la pianificano attraverso una capillare pubblicità sui loro giornali. In questi spazi reclamistici vengono illustrati il clima mite della stazione balneare di Rimini, la sicurezza del mare Adriatico e i comfort dell’albergo, tra i quali anche la presenza di un «illustre medico curante ungherese» (La riscossa, 20 luglio 1907).
Una campagna promozionale talmente efficace da far diventare la spiaggia dei Traj una suggestiva isola della facoltosa aristocrazia austro-ungarica.
Abituale ritrovo di tutta la noblesse europea in vacanza, l’Hungaria è anche un centro di vita salottiera.
Tanti gli appuntamenti di interesse mondano. Il più esclusivo, si manifesta per la ricorrenza di Sant’Anna, il 26 luglio, Giornata nazionale ungherese. Un evento che si protrae fin dalle prime ore del mattino con incontri tra i maggiorenti della “colonia magiara” e le personalità più rappresentative della città. Una festa che sfocia, dopo una sequenza di programmi musicali tenuti dalla Banda municipale nel giardino antistante l’albergo, con il tradizionale “Ballo di Sant’Anna”. In questo favoloso galà si danno appuntamento principesse, diplomatici, ufficiali, scrittori, pittori, artisti… e tra romantici valzer e scapigliati dancing, «si alternano conversazioni gaie e brillanti nella confusione… delle lingue» (Il Momento, 1 agosto 1909).
Oltre al lato gaudente, gli ungheresi si distinguono anche per la loro religiosità. Cattolici ferventi e praticanti, officiano in cattedrale la festa di Santo Stefano, Patrono e Re d’Ungheria, con una solenne funzione liturgica. Il trafiletto che segue è tratto dal Foglio ufficiale per la Diocesi di Rimini e si riferisce alla mattina del 20 agosto 1909: «La colonia Ungherese, lasciata per alcune ore la spiaggia del nostro bel mare si raccoglieva nel Tempio a celebrare la festa del loro Patrono e Re, S. Stefano, dando così, in mezzo a tanta indifferenza religiosa, un esempio più unico che raro.
Celebrò la messa il sacerdote Ciss della diocesi di Cinque Chiese (Strigonia), ad essa intervennero in forma privata Mons. Vescovo Vincenzo Scozzoli ed il Capitolo». «Al termine della funzione – prosegue il Foglio – il vescovo si rallegrò cogli Ungheresi che anche fra le cura del corpo si erano ricordati dello spirito e che davano un eloquente esempio di religione sentita, in quanto che avevano lasciate le cure balsamiche del mare per accorrere nel tempio ad onorare S. Stefano e per unirsi nella preghiera degli altri connazionali che lontano ne celebrano la festa». Va detto anche che l’Hotel Hungaria è frequentato da vari ecclesiastici della Chiesa Cattolica d’Ungheria. Dalla stampa sappiamo, per esempio, che alla fine di maggio del 1907 l’albergo ospita il vescovo Hornig accompagnato da parenti e prelati (L’Ausa, 1 giugno 1907).
Questa massiccia presenza magiara si interrompe bruscamente nell’estate del 1914 con l’ultimatum dell’Austria alla Serbia (23 luglio), che precede di cinque giorni l’inizio delle ostilità europee. Da quel momento l’indirizzo che prendono le vicende politiche nazionali, con l’ingresso dell’Italia nel conflitto, mettono la parola fine non solo alla storia degli ungheresi, ma anche a quella del “loro” albergo. Nel 1922, infatti, quando l’Hotel Hungaria ritornerà a spalancare i suoi saloni ai nuovi vacanzieri dell’estate si presenterà con il nome di Hotel Savoia. Completamente italianizzato. E i magiari, un tempo salutati dalla stampa locale come «amici e fratelli» e «cavallereschi ospiti», entreranno nella memoria collettiva come «i nostri nemici».
Da questo spaccato di vicende balneari si possono trarre alcune considerazioni. I bagnanti per le loro necessità spirituali si servivano dei luoghi di culto di città, con tutti i disagi per raggiungerli, e quando nel novembre del 1912 iniziarono i lavori di costruzione della chiesa del lido, si colmava una grande lacuna. Per gli ungheresi, che avrebbero avuto il sacro edificio proprio nelle vicinanze della loro “piccola patria” estiva, era la realizzazione di un sogno. Per agevolarne i lavori, i magiari fecero sostanziose elargizioni in danaro: i nominativi degli oblatori risultavano incisi in una lapide andata distrutta durante l’ampliamento della chiesa nei primi anni Sessanta. Probabilmente una parte delle offerte, con precise indicazioni circa la loro destinazione, fu accantonata dalla diocesi. E qui entrano in ballo i santi Elisabetta e Stefano. La loro figurazione nelle vetrate, a parer mio, fu un impegno preso dal vescovo Vincenzo Scozzoli e mantenuto a guerra ultimata. Forse anche contro l’opinione di certi sacerdoti che, per ovvi motivi, avrebbero preferito altre icone nel timore che quel tempio, con quei due santi, fosse identificato come la “Chiesa degli ungheresi”.
Sulla base di queste argomentazioni penso che i profughi veneti non c’entrino con i due santi ungheresi. E non c’entra neanche don Antonio Gavinelli. Ed eccoci al secondo passo della Guida che non mi trova d’accordo.
Pasini sostiene che le vetrate furono eseguite «su precise indicazioni di don Gavinelli». Il salesiano quando arrivò a Rimini, nell’agosto del 1919, era completamente a digiuno della storia religiosa della città. Una storia che solo il vescovo e i prelati a lui vicino potevano conoscere e trasferire sulle vetrate. San Pietro, San Pio V, San Gaudenzo e San Tommaso – le altre “vecchie” immagini che affiancano i santi Elisabetta e Stefano – hanno un significato profondo nella storia di Rimini e della “Chiesa nuova di marina”; un significato che Pasini ben sintetizza nel suo agile libretto.

 

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